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Vignetta satirica in stile fumetto: un motociclista d’epoca guida tranquillo su una strada di montagna sotto un cielo azzurro. Dietro di lui, un motociclista futuristico con casco pieno di antenne e grande display digitale proietta un raggio laser blu a forma di piramide che mostra lo scheletro del pilota davanti. Accanto al raggio compaiono scritte digitali ‘PIEGA: 0 gradi’, ‘EGO: ASSENTE’, ‘EMOZIONE: NON RILEVATA’, mentre un drone collegato vola sopra il motociclista tecnologico

Motociclismo autentico vs tecnologia estrema

Ora il titoletto Motociclismo autentico vs tecnologia estrema è un po’ forte. Forse.
Con questo “pensierone” voglio toccare due temi che mi stanno solleticando non poco negli ultimi tempi.

Siamo sicuri che tutta questa overdose di elettronica e dispositivi sia davvero confacente allo spirito motociclistico ?

È pur vero che non esiste un modo unico e assoluto di intendere la moto, ma oggi vedo veicoli che assomigliano più a raccoglitori di dati e sistemi audiovisivi in movimento che a mezzi meccanici.

Tecnologia estrema

Capisco che qualcuno possa avere la passione per la fotografia o per i video, ma oggi sembra che ‘apparire’ sia diventato più importante di ‘viaggiare’. Pare quasi che, senza documentare o strabiliare il prossimo, non si riesca a guadagnare lo status di motociclista o di grande viaggiatore. Ed ecco allora droni da migliaia di euro per realizzare dieci secondi di clip decenti dopo riprese di decine di minuti, o bastoni da un metro e mezzo che spuntano dalle moto per riprendersi costantemente alla guida.
“Ecco vedete…adesso faccio la curva…ecco vedete che spettacolo..ecco sentite ho fatto una puzzetta…”

Che bella l’epoca che quando vedevi spuntare qualcosa di lungo dalla moto in nord europa era una canna da pesca.

L’asticella si sposta più in là. Ammenicoli di ripresa davanti dietro, sopra, sotto.

tecnologia per se e sugli altri

Tutta questa ossessione per la ripresa perfetta mi fa pensare che siamo finiti dritti dentro un nuovo The Truman Show. Con una differenza fondamentale: nel film, Jim Carrey cercava disperatamente di fuggire da un mondo dove ogni suo respiro era filmato a sua insaputa; il motociclista moderno, invece, le telecamere se le monta addosso da solo, ne compra a decine e le punta pure sugli altri.

Quindi la soglia del personale è stata superata: siamo arrivati alle riprese altrui. Tralasciando l’aspetto legale della privacy — se non posso riprendere la strada pubblica da casa mia, a maggior ragione non posso pubblicare filmati che coinvolgono altri motociclisti senza consenso — il problema è etico.

Ci sono persone che si arrogano il diritto di giudicare lo stile e la modalità di guida degli altri, mettendo in rete video e commenti su posizione, velocità, angolo di piega e assetto.

MI chiedo a quando giudizi sull’aspetto fisico, la scelta del colore della moto o di dove si pernotta.

Sia chiaro: se esci in moto per guardare (e criticare) gli altri, significa che hai un serio problema di ego. Di norma, chi sente il bisogno di sminuire il prossimo è solo perché ha una disperata necessità di autoaffermazione.

Ma viene da chiedersi: da dove nasce questo livore? Forse non hai ricevuto i riconoscimenti che ti aspettavi nel settore? Vorresti che gli altri ti riconoscessero come un “maestro”, come il nuovo “guru” della guida?

Ma guru di cosa, esattamente?

Se parliamo di rispetto delle regole e sicurezza, cerchiamo di essere onesti: se rispetti i limiti di velocità e il codice della strada, anche la nonna di 85 anni gira correttamente e con dignità. Non serve una telecamera o un sensore d’assetto per dimostrare che sai stare al mondo.

Se invece il tuo obiettivo è fare le pulci agli altri — criticando l’angolo di piega o la posizione del gomito di un perfetto sconosciuto incontrato per strada — non stai facendo informazione, stai solo cercando di nutrire un ego che, evidentemente, non trova pace. Un vero motociclista non ha bisogno di ergersi a giudice per godersi il viaggio; chi ha bisogno di sminuire il “collega” di strada solitamente sta solo cercando di colmare un vuoto di riconoscimento che la moto, da sola, non riesce più a dargli.

Una volta usciti dal set, la moto resta “un pezzo di ferro” e noi restiamo soli con la nostra capacità (o incapacità) di guidare. E lì, a telecamere spente, non c’è regista che possa salvarti l’ego e non hai nessuno da giudicare se non te stesso.

Siamo passati dal piacere di guidare, fermarsi , respirare fare un pic nic

al dovere di documentare come se tutto fosse una impresa epica. E i riferimenti chi sarebbero ? I piloti della pista ?

Vignetta in stile fumetto: una coppia sorride mentre percorre la campagna su una Moto Guzzi rossa. L’uomo guida con casco nero e giacca di pelle marrone, la donna dietro con casco rosso e giacca beige lo abbraccia. La moto è carica di bagagli da campeggio, con panini che spuntano dalle borse. Sullo sfondo colline verdi, fiori selvatici e montagne innevate sotto un cielo azzurro


Se non hai il drone che ti segue, la 360 sul manubrio e il microfono nel casco per commentare ogni curva, sembra che il tuo viaggio non abbia valore. Abbiamo trasformato la strada in un reality show dove non si cerca più l’emozione, ma l’inquadratura che possa ‘strabiliare’ il pubblico da casa.

TENDENZA FOLLE ANCHE SUI MEZZI

Non bastavano i droni e le action-cam: ora anche le case costruttrici sembrano fare a gara a chi monta il “televisore” più grande. Siamo arrivati a strumentazioni digitali enormi, display TFT sovradimensionati e talmente densi di informazioni da far invidia a un desktop professionale.

Navigatore, pressione gomme, temperature di ogni tipo, notifiche dello smartphone, angoli di piega in tempo reale, mappe motore, livelli di intervento elettronico… sembra di stare davanti a un grafico della borsa di Milano in movimento invece che dietro a un manubrio. Ma siamo sicuri che tutta questa sovrabbondanza di dati sia utile mentre cerchi di goderti un passo appenninico?

Abbiamo trasformato la moto in un ufficio itinerante: un’overdose di dati che ci scollega dalla realtà fisica del viaggio. Invece di “sentire” la moto attraverso le mani e il sedere, pretendiamo di “leggerla” su uno schermo. Ma la strada non è un monitor, e la libertà non dovrebbe avere bisogno di un tasto “invio” o di convalide a bit. Non per noi perlomeno.

Il giusto equilibrio: Quando la tecnologia è al servizio del viaggio

Non fraintendiamoci: non siamo luddisti che vogliono tornare alle mappe di carta che si strappano al primo soffio di vento. Anche se una non guasta mai..

La tecnologia, se usata con equilibrio, è una compagna di viaggio straordinaria.

Prendete Massimo Ferrara (GuzzienduroMassimo) o Adamo Valloni. Loro i chilometri li macinano sul serio. Che si tratti di un test da 12.000 km con una Moto Guzzi Stelvio, di attraversare l’Europa o di puntare la bussola verso la Patagonia, il loro approccio è la prova che l’equilibrio è possibile.

In questi grandi viaggi, il GPS o la telemetria non sono “giocattoli” per vantarsi al bar o per analizzare il battito cardiaco mentre si guarda un tramonto. Sono strumenti:

  • Massimo mette alla prova l’affidabilità meccanica e l’efficacia reale degli accessori nelle condizioni più dure.Gli piace cambiare moto. E per forza…ci sono moto che in una vita non vedranno MAI la percorrenza sua in un anno.
  • Adamo ci ricorda che il viaggio è scoperta di paesaggi e persone, non una collezione di schermate digitali. Colleziona invece contatti e amicizie nel mondo.

Per loro, la tecnologia è il “mezzo” per arrivare alla fine del mondo, non il “fine” del viaggio stesso. Non li vedrete mai con un radar sul casco mentre intorno la gente si tuffa in un lago: loro, nel lago, probabilmente ci si sono già tuffati dopo aver guidato per dieci ore sotto il sole.

Se Massimo Ferrara e Adamo Valloni ci insegnano l’equilibrio della sostanza anche silenziosa , senza fronzoli, Francesco Cuccioletta e sua moglie ci ricordano che viaggiare in moto può anche essere un atto intellettuale e di vero interesse prima ancora che meccanico.

In tutti loro ,nelle loro avventure, la moto non è un piedistallo per stupire con numeri da circo o grafici di telemetria, ma una porta girevole sul mondo. Sara, con la sua grande capacità di osservazione e la sua cultura, trasforma ogni tappa in un’immersione profonda nella storia e nelle tradizioni locali.

Mentre il “motociclista iper-tecnologico” è troppo impegnato a calibrare il drone, loro sono già entrati nel cuore di un villaggio, pronti a spiegarci:

  • La storia che si nasconde dietro un vecchio muro di pietra.
  • La cultura di un popolo incontrato lungo la strada.
  • Il senso del luogo, che nessun radar potrà mai rilevare.

Il loro esempio è prezioso perché ci insegna che il “giusto equilibrio” significa anche saper spegnere il Bluetooth e accendere la curiosità. Il viaggio di Fracesco e Sara non serve a raccogliere like per la velocità o l’angolo di piega, ma a collezionare conoscenze. Ci dimostrano che si può viaggiare per migliaia di chilometri senza mai perdere di vista l’umanità e le caratterisctiche del territorio che stiamo attraversando.

È questa la differenza tra chi usa la moto e chi subisce la propria dotazione elettronica.

Possiamo essere il centauro-ufficio, prigioniero di un casco-centrale elettrica che ci isola dal mondo, che cerca di stupire con effetti speciali e colori ultravivaci..oppure possiamo guardare a questi esempi.

Scegliere la concretezza di Ferrara e compagna, la passione solitaria di Valloni e la profondità culturale dei Cuccioletta significa tornare a fare l’unica cosa che conta davvero: vivere la strada, non analizzarla.

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