Donne in Moto e Social: Basta una foto in moto. Accompagnata da una frase qualsiasi. Anche la più innocua, la più vuota, la più intercambiabile:
“Vivi ogni giorno al massimo.”
“Segui i tuoi sogni.”
“Oggi si gira.”
“Nata per guidare e piegare..”
Eppure, poi sotto a quel post, si accede ad una galassia. Anzi due. Diverse.
Abbiamo fatto la prova: stessa moto, stesso identico luogo, stessa frase didascalica. Ma con due persone diverse. Di sesso.
Quando a pubblicare è Lei, arrivano in massa.
Non c’è nulla da fare , è più forte di loro: uomini di ogni età, cilindrata e chilometraggio, forma dimensione e latitudine ,stato civile, pronti a pendere da ogni singola parola, a vivisezionare ogni pixel della foto. Consigli a profusione non richiesti. Non attinenti.
Non è ammirazione per il pensiero espresso, ma una schiera di sguardi digitali tesi all’approccio, dove la moto diventa solo uno sfondo e la frase un gancio per tentare la sorte nel feed.
Commenti entusiasti, complimenti sproporzionati, frasi motivazionali di ritorno, cuoricini, fuochi, applausi virtuali , di dove sei, quanti anni hai , ah che bello il tuo segno zodiacale..il tuo casco, etc… Oppure gli haters. A prescindere. Quelli che si sentono minacciati nella loro virilità e devono sminuire. Ne parliamo dopo…
E a parità di contenuto ( zero) , riflessioni (nessuna) , originalità (non pervenuta) sotto quel post, la differenza c’è e si misura. E si monetizza pure.
Pubblica Lui nello stesso identico contesto: Nessun commento entusiasta, nessun complimento sproporzionato, nessun cuoricino o fiamma virtuale.
Se proprio proprio, riconoscendo il luogo spunta qualcuno che inevitabilmente scrive: “IO L’ho fatto 7000 volte 50 anni fa nudo , con le gomme sgonfie e senza benzina! Dovresti vedere questo o quello mica quella roba li..”
La moto resta un mezzo, la frase un insieme di parole, e il feed un luogo indifferente.
Perchè è così. Perchè la prova è stata fatta con una mia amica.
Un riflesso antropologico ma traslato nel mondo digitale ?
Deserti virtuali di disagi reali ?
La moto diventa dettaglio.
La frase diventa pretesto.
Il feed diventa esistenza.
In questo meccanismo, però, si annida a mio modo di vedere un’insidia sottile: l’autoghettizzazione. Nel tentativo di distinguersi, si finisce per rinchiudersi volontariamente in recinti dorati.
Differenza. Perchè ?
Si creano etichette, categorie e sotto-categorie: “donne biker”, “community al femminile”, “raduni rosa”. Come se l’uguaglianza avesse bisogno di un recinto protetto o di una vetrina separata per esistere. È il paradosso della segregazione scelta: celebrando la propria “diversità” come un club esclusivo, si finisce per confermare l’idea che una donna su due ruote sia ancora un’eccezione da guardare sotto una lente speciale, anziché una normalità da vivere.
Come a sottointendere che il modo di vivere la moto sia diverso in base al sesso.
Oh intendiamoci… i gruppi ci sono eccome. Quelli che non accettano queste moto e quelli che escono solo con quei tipi di moto. Ma qui stiamo “parlando” di basi sociali trasversali..e non di club dedicati ad un mezzo. Perchè appunto la differenza è o dovrebbe al limite essere l’oggetto meccanico e la destinazione d’uso..
Ma se si avverte questa necessità di diffenza di genere, la domanda è :chi la stà creando realmente ?
Viviamo un un sistema che alimenta la cultura dei falsi traguardi. Ci si convince che il numero di followers, l’approvazione della massa o il posizionamento come “influencer di settore” siano sinonimi di emancipazione o di competenza motociclistica.
Ma sono traguardi di carta, che non si misurano in chilometri percorsi o consapevolezza tecnica, bensì in engagement.E peraltro ne i km ne la competenza ne l’abilità alla guida in realtà sanciscono la profondità di una passione semplice ed autentica.
C’è chi della propria abilità ne ha fatto un professione e chi invece dei km una vetrina pubblica con riflettori e inquadrature sempre accesi su sè stessi, dalla colazione al momento in cui si corica. Ma questo trascende l’aspetto motociclistico.
Ok. è normale….in Internet è la vittoria dell’apparire sull’essere: il successo social diventa un surrogato del valore reale, un obiettivo che appaga l’ego ma non arricchisce l’esperienza della strada e della vita. E le relazioni reali.

Ebbene si. Le viaggiatrici in moto e le motocicliste ci sono sempre state. Meno nei numeri ma il pionerismo è finito da tantissimo tempo.
Lara nel 1986 , in sella ad una Gilera Fast Bike bianca andando a scuola mi seminava e poi mi aspettava.Se ne aveva voglia.
Cinzia nel 1980 girava l’italia in sella al suo gilera TG1.
Paola negli stessi anni usava la honda cb125. Nera. Con una riga rossa sul serbatoio.
La parcheggiava sempre vicino ai contatori della corrente del grande palazzo popolare. La usava quotidianamente quando gli inverni erano quelli di -10 sottozero.
Li, accanto a te reali e vicine. Avevano la moto e la usavano. Non esistevano nemmeno le giacche sfiancate…
C’erano ragazze che montavano polini, pulegge e armeggiavano con marmitte proma e getti di carburatori. Ovviamente prima di loro tante , tante altre per fortuna.

Qui arriviamo ad un nodo della questione: o il sesso è un fattore differenziale importante per alcune o non lo è.
Sembra nei social venga attenzionato quando fa comodo — per gonfiare l’ego — e ignorato (o usato come accusa di sessismo) quando fa altrettanto comodo. Volere i numeri della ‘divinità’ senza accettare il rumore dei ‘fedeli’ è un’illusione puerile o, peggio, una strategia di vittimismo calcolato.
Il motivo è semplice: la centralità per alcune non è più la moto, non è il viaggio, non è il paesaggio e non è la storia. La centralità è Lei. La strada diventa un set, il panorama un filtro sfuocato e la motocicletta un semplice accessorio di scena, utile solo a giustificare la propria presenza online. Quando l’obiettivo non inquadra più la libertà del movimento ma si sposta ossessivamente sul soggetto, la passione diventa un pretesto.

Per coloro che hanno scambiato la strada per un set e la passione per un carosello di like, recitando la parte di chi cerca il consenso ma poi si scandalizza per averlo ottenuto non coerenti con le aspettative nelle sfumature.
Se decidi di mettere te stessa al centro del mirino, usando il tuo genere come leva primaria di visibilità, è inevitabile che tu riceva anche attenzioni che con la meccanica non hanno nulla a che fare. Non puoi pretendere di vendere un’immagine basata sulla tua figura e poi gridare al ‘maschilismo’ se il pubblico risponde a quell’esca invece che discutere della pressione delle gomme, del problema delle valvole piuttosto che del tracciato GPS si concentra su te.
Di che parliamo, quindi, nel 2026? Quando alcune donne stesse, consapevoli di questo meccanismo, cercano e si compiacciono attivamente di queste attenzioni differenziate ? Quando il like diventa moneta, il complimento un rinforzo all’evanescenza e l’approccio online una conferma di visibilità e un desiderio di esibizione ? Forse la vera parità sarebbe smettere di dividere. Smettere di sorprendersi. Smettere di fare eccezioni.
Una persona in moto è una persona in moto.

E poi c’è l’altro lato della medaglia: la schiera dei frustrati. Insieme all’adulazione, il post attira inevitabilmente i veri haters. Uomini che, dietro lo schermo di un PC, sfogano la propria insoddisfazione personale attraverso il livore. Sono quelli che non perdonano la visibilità altrui, che si sentono minacciati da una donna che cavalca una moto meglio di loro e che vomitano sentenze cariche di acredine. È la rabbia di chi ha scambiato la passione per una guerra di posizione, trasformando il feed in uno sfogatoio per le proprie mancanze o inadeguatezze.
Si attirano anche quelli. E’ la legge dei numeri.
Sui social lo sappiamo non sempre vince la sostanza, e troppo spesso si dimentica che le donne in moto ci vanno da quasi un secolo, per passione, per libertà, per scelta, per muoversi e muovere il mondo , per trasportare persone, idee — non per chiudersi in un ghetto digitale o rincorrere like che, alla fine del viaggio e soprattuto quando si spegne il telefono non portano nessuno a destinazione.


