Il saluto motociclistico: rito, leggenda e l’identità del “vero” centauro
Il saluto motociclistico è uno dei gesti più semplici e, allo stesso tempo, più carichi di significato che esistano nel mondo delle due ruote. Due dita abbassate, un cenno del casco, a volte appena percettibile: un codice non scritto che attraversa generazioni, cilindrate, marchi e stili di guida. Eppure, proprio attorno a questo gesto universale, nasce spesso una domanda meno semplice: chi è davvero un “vero” motociclista?
Mi saluti ? Ti saluto ? Se si , perchè? No ? Per come ?
Un gesto semplice, un significato profondo
Il saluto motociclistico è uno dei simboli più riconoscibili di chi vive le due ruote. Due dita abbassate, un cenno del casco: un linguaggio silenzioso che unisce perfetti sconosciuti.
C’è chi misura l’autenticità in chilometri macinati, come se la passione fosse un contachilometri da esibire. Chi la lega alla velocità, all’adrenalina della piega perfetta o al cronometro in pista. Altri ancora la trovano nella distanza, nei viaggi lunghi, magari in solitaria, o nella capacità di affrontare sterrati e fango lontano dall’asfalto. Chi alla “presunta” filosofia di un marchio. Ad una appartenenza spesso.
In queste visioni c’è sempre un tentativo — più o meno consapevole — di tracciare un confine, di distinguere un “dentro” da un “fuori”. Un si e un no.
Chi è davvero un motociclista?
C’è chi pensa che lo sia chi fa più chilometri.
Chi va più veloce.
Chi affronta viaggi lunghi o piste impegnative.
Chi pratica offroad.
Chi PARTECIPA AI RADUNI.
Chi VIAGGIA DA SOLO
CHI HA LA MOTO ULTIMA MODA
CHI HA LA MOTO DEMODE’
Mi viene in mente quella famosa ma lontana canzone di Rino Gaetano “Ma il cielo è sempre più blu……………….” Perchè la Vita di queste divisioni se ne sbatte.
Ognuna di queste visioni prova a definire un’identità, ma finisce poi per escludere qualcun altro. Se la prendi come verità “assoluta”.
Ma la verità è che quel confine è estremamente fragile, se non del tutto illusorio.
La passione motociclistica non è un parametro oggettivo: non si misura in chilometri, né in velocità, né in difficoltà del terreno. Non conta il marchio, la cilindrata, il modello , le prestazioni , gli anni.
Se non per te stesso e per quanto ti piaccia si intende.
È qualcosa di profondamente personale, legato alle circostanze della vita, al tempo che si ha, alle possibilità economiche, persino al carattere. Alla scelta di apparire o non farlo.
C’è chi usa la moto ogni giorno per andare al lavoro e trova in quei pochi chilometri quotidiani un momento di libertà autentica. C’è chi esce solo la domenica, ma vive quell’uscita con un’intensità totale. C’è chi sogna viaggi epici e li realizza e chi invece trova gioia nel giro dietro casa.
La mia anziana e saggia vicina di casa, montanara austriaca un giorno mi disse
“Non siamo nati tutti scalatori”… eppure ognuno vive la montagna.
Quanta saggezza.
Ci sono stati giorni in cui sono rimasto in sella per ore senza particolari sussulti e altri in cui poche ore sono bastati a colmare di emozioni lo spirito. E Viceversa.
Una passione personale, non è una gara.
La realtà secondo me è molto più semplice: la passione per la moto non è misurabile.
Non penso sia vero che chi usa la moto 12 mesi all’anno sia
Non è nei numeri, ma nelle sensazioni.
C’è chi usa la moto ogni giorno e chi solo la domenica.
Chi cerca l’adrenalina e chi la tranquillità.
Chi viaggia lontano e chi resta vicino casa.
Tutte queste esperienze sono autentiche.
Tutte queste esperienze sono vere. E allo stesso tempo, nessuna può arrogarsi il diritto di esserlo più delle altre.
Il rischio nasce quando si cerca di trasformare una passione in una gerarchia: quando il piacere personale diventa confronto, e il confronto diventa giudizio. In quel momento si perde qualcosa di essenziale. Perché la moto, prima di essere prestazione, è emozione. Prima di essere tecnica, è sensazione. È vento, rumore, concentrazione, fuga, presenza. È una relazione intima tra persona e mezzo, difficile da spiegare a chi non la vive.
Il vero significato del saluto motociclistico
Quel gesto non serve a stabilire chi è “più motociclista”.
È un riconoscimento reciproco.
Un semplice:
“so cosa stai provando.” (Credo..)
E forse è proprio questo il senso più autentico del saluto motociclistico: non un riconoscimento di “merito”, ma un riconoscimento di appartenenza. Non importa quanto vai veloce, quanto lontano, o dove. In quel gesto c’è un “so cosa stai provando”, anche se le strade che percorriamo sono completamente diverse.
In fondo, essere motociclista non è qualcosa che si dimostra agli altri. È qualcosa che senti. E proprio per questo, tutte le definizioni sono vere — e nessuna lo è davvero.


