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moto in viaggio su strada francese

Il motociclismo che non riconosco.

Il motociclismo che non riconosco.
Viviamo in un’epoca in cui la prepotenza e l’aggressività sembrano aver colonizzato ogni spazio della nostra quotidianità. Spuntano ovunque, gratuitamente, come un riflesso incondizionato di una rabbia latente. Forse è la conseguenza diretta di una società che legge sempre di meno, che fatica a trovare le parole e che, per forza di cose, si scopre incapace di esprimere concetti complessi e, di riflesso, le proprie emozioni. Se mancano le parole, il pensiero si impoverisce e ci si appiattisce sul primo slogan di tendenza

Il mondo delle due ruote, che per decenni è stato un rifugio di libertà, solidarietà e romanticismo, scoperta non è rimasto esente da questa deriva. Anzi, ne è diventato uno specchio fedele.

Se guardo a come si parla di moto oggi, faccio fatica a ritrovarmi. Il linguaggio descrive il nostro mondo, e il vocabolario del motociclista moderno si è fatto da anni a questa parte violento, bellico, prevaricatore.

Il motociclismo che non riconosco.

  • La moto non è più un capolavoro di ingegneria o un mezzo da guidate con rispetto: se è difficile da guidare ma sputa cavalli, diventa una moto “ignorante”. Un termine sdoganato come complimento, ma che fotografa perfettamente un cambio di valori.
  • La domenica con gli amici ha perso la sua leggerezza: non si fa più un giro in moto, si parte per un “Raid”. Tutto deve evocare un’impresa bellica, una conquista.
  • Il sorpasso stradale non è più una manovra pulita , necessaria o un momento di guida piacevole quando possibile: oggi è una “sverniciata”. Bisogna lasciare il segno sull’altro, rovinarlo, umiliarlo.
  • Persino lo sport è cambiato: se in pista il primo e il secondo arrivano separati da un solo decimo di secondo – un’inezia, un soffio che celebra la grandezza di entrambi – il commento da bar o da social parlerà comunque di una “bastonata”.
  • Se una moto non rispecchia i canoni moderni di prestazioni estreme, viene liquidata con disprezzo: la tal moto diventa un “cancello”, quell’altra viene etichettata come una “bara”, un’altra ancora è solo un “osso” o un “ferro vecchio”. Non c’è più rispetto per la storia, per la scelta altrui, o semplicemente per il gusto di viaggiare con quello che si ha. Ciò che è diverso dalla tendenza ultima o meno performante va deriso.

Quando una società smette di leggere e di approfondire, il vocabolario si restringe drammaticamente. Le persone perdono la capacità di trovare le parole giuste per descrivere le sfumature — che si tratti dell’erogazione di un motore, della bellezza di un paesaggio o di un’emozione in sella.

Senza più aggettivi a disposizione, ci si aggrappa al primo termine di tendenza che si sente in TV o sui social.


Ripetere “è ignorante” o “l’ho sverniciato” diventa un comodo “passpartout” preconfezionato. È molto più facile adottare acriticamente il gergo del branco piuttosto che fare lo sforzo di elaborare un pensiero proprio. È il trionfo dello slogan sulla riflessione, dove il rumore sostituisce il contenuto.

Eppure, chi ha qualche chilometro sulle spalle si ricorda bene che le cose non sono sempre state così. Quando eravamo giovani, ci si riuniva in gruppo quasi per attrazione naturale. Non importava quale moto avessi sotto il sedere, la marca o la cilindrata: a prescindere dalla tipologia di mezzo, si stava semplicemente e allegramente insieme. Si condividevano le strade, si decidevano le mete all’ultimo momento, si spartivano l’allegria e, soprattutto, l’aiuto reciproco. Se uno era in difficoltà, il viaggio si fermava per tutti.

Oggi, invece, quella spensieratezza sembra svanita, sostituita da una perenne tensione. Sembra che ogni maledetta domenica sia diventata una gara in tutto e contro tutti. Contro il tempo, contro la strada, contro il compagno di viaggio.

Qualcuno sembra avere sempre l’ossessione di dover dimostrare che la propria moto – o il proprio manico – è migliore di quello degli altri.

Ma migliore in cosa, esattamente? Ci si dimentica che non siamo in pista, che non c’è una bandiera a scacchi ad attenderci e che, piaccia o no, le uniche vere regole del gioco lì fuori sono scritte tra i commi del codice della strada, non nei deliri di onnipotenza da bar e da facebook.

Perché questa urgenza di usare termini che tendono sempre, sistematicamente, a sminuire e a sottomettere l’altro?


Dietro a questo baccano verbale è difficile non scorgere il riflesso di profonde frustrazioni sociali. Sembra quasi che l’asfalto sia diventato l’arena in cui sfogare il proprio desiderio di superiorità, l’unico posto rimasto per cercare un’affermazione personale che la vita di tutti i giorni nega. Se non posso emergere altrove, allora devo schiacciare chi incontro sulla mia strada, anche se indossa il mio stesso casco.

Il motociclismo che ho amato io era fatto di saluti con le dita tese incrociando uno sconosciuto, di soste a bordo strada per aiutare chi era rimasto a piedi, di racconti a fine giornata davanti a una birra, parlando di curve e paesaggi,di viaggi, di esperienze, di idee, di persone conosciute e strade ma non di quanti “cadaveri” si erano lasciati alle spalle.

Forse sono io che sto invecchiando, o forse, semplicemente, questo motociclismo così urlato e rabbioso non mi appartiene. E, francamente, non voglio che mi appartenga.