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na densa vignetta satirica a fumetti in stile Jacovitti che smonta il cliché "Donna italiana, moto giapponese, auto tedesca". L'immagine è caotica, piena di dettagli assurdi e testo. Mostra una moto giapponese con "REGOLATORE TENSIONE GUASTO" sul "PASSO STELVIO" (scritta "AFFIDABILITÀ NIPPONICA" barrata), un'auto tedesca schiantata nella "ZONA AFFI" con la spia del motore accesa ("SPIA ACCESA! GUARNIZIONE TESTA COTTA!", "TESTA CREPATA!"), e una donna italiana elegante che si allontana da commenti che la oggettivizzano ("CREDEVANO FOSSI UN OGGETTO!", "LE DONNE STRANIERE HANNO DOTI CHE LE ITALIANE SI SOGNANO... MA IO SONO VERA!"). La vignetta culmina con uomini intrappolati in una "GABBIA DEI CLICHÉ" che urlano "AIUTO! LA TRIADE È CADUTA!". Il titolo principale è "IL GRANDE INGANNO DEI CLICHÉ DA BAR!".

Vivendo di stereotipi.Anche male direi.

Ecco . Lo avrete sentito tutti almeno una volta.
E letto.
Il famigerato trittico “Donna italiana, moto giapponese, auto tedesca” per decenni è stato sbandierato dai bar del paese e ora onnipresente online come il compendio definitivo della saggezza maschile.


“Te lo dico io come gira la vita!”


Spesso siamo di fronte a LUI. L’uomo che non deve chiedere. MAI. Ha le certezze scolpite con tatuaggi.
Stampe sulla pelle , magari fatte a volte , perchè in compagnia si sa, li hanno tutti.
Ed è così che va la vita. Per alcuni. Anche. Ci si appropria di frasi, atteggiamenti, scelte. Diffuse. Comuni.
Quelle che danno “certezze”. Perchè le hanno tutti e lo fanno tutti.
Presunte. Vere. A volte.


E così il trittico appare una formula matematica della felicità ideata, presumibilmente, da qualcuno con la sensibilità di un divano degli anni ’80 e l’apertura mentale di un barattolo di sottoli.

Guardata oggi, questa massima non è solo tragicamente datata: è un compendio involontario di cliché stantii, ipocrisia e profonda insicurezza. Un tentativo disperato di applicare una formuletta per convincersi di avere tutto sotto controllo.

Vediamo pezzo per pezzo questo “capolavoro” del luogo comune.

1. “Donna italiana”: Il mito dell’oggetto da collezione (o moglie e buoi dei paesi tuoi)

Iniziamo dal pilastro più grottesco. Mettere nello stesso “pacchetto garage” una persona, una moto e una macchina rivela subito la matrice dell’aforisma: la donna vista come un accessorio di rappresentanza. Di “affidabilità” e qualità.
Peccato (o per fortuna) che non sia un pezzo meccanico.

Il sottotesto dell’italico “saggio” è chiaro: la donna italiana rappresenta la passione, la bellezza mediterranea, il temperamento. Il meglio delle qualità del gentil sesso disponibile sul pianeta!
Tradotto dalla lingua del bar: il nostro eroe sogna una figura mitologica che da un lato sia una top model da esibire alla pizza del sabato sera, e dall’altro gli prepari alla domenica le fettuccine fatte in casa stirandogli le camicie, tollerando con materna pazienza i suoi ritardi e le sue bisbocce.

Il piccolo dettaglio che sfugge a chi come un pappagallo recita il triste motto è che le donne reali non escono dalla catena di montaggio e non hanno il manuale di istruzioni. Anche se parlano il suo dialetto. Basta guardare le cronache tragiche dei femminicidi.
Forse sono gli stessi che per una vite allentata su una moto gridano “ma io ho pagato con i soldi buoni ed ora ti faccio vedere IO !”.


Eh si.La “donna italiana” come se fosse una categoria di serie A dell’usato garantito significa essere rimasti fermi alle commedie all’italiana in bianco e nero, ignorando che la realtà non corrisponde ai desideri. E qui eravamo già a colori!

C’è poi un limite strutturale ancora più evidente: la totale mancanza di orizzonti. L’idea che la femminilità ideale parli solo con l’accento di casa nostra è il classico riflesso condizionato di chi non ha mai guardato oltre il confine.

In un mondo aperto e interconnesso, pensare che un’unica nazionalità detenga il monopolio del fascino, dell’intelligenza o del carattere è semplicemente ridicolo. Le donne di altre culture porta con sé approcci alla vita, pragmatismo, indipendenza, leggerezza e una visione delle relazioni che molte italiane — spesso ingabbiate in ruoli tradizionali, aspettative sociali soffocanti o stereotipi locali — si sognano del tutto.

2. “Moto giapponese”: L’angoscia del guasto e il rifugio cliché

Mentre al bar e su fognbook si recita il rosario dell’infallibilità nipponica, chi la strada la macina davvero sa benissimo che il “mito dell’inaffondabile moto giapponese” è, in molto un mito anni 80. Quando il divario era effettivamente enorme e reale . Poi si sa, le idee è difficile cambiarle.
Le leggende metropolitane sulla perfezione meccanica dell’Est-Estremo hanno sicuramente un reale fondamento.
Ma come tutte le leggende sono appunto tali. Esagerate.

Crollano miseramente di fronte alla solitudine di un carro attrezzi in mezzo al nulla.
Per anni abbiamo venerato il ‘mito nipponico’ della precisione, ma chi lavora nella produzione industriale e nei banchi di collaudo sa bene per sempio che il fornitore più spietato in assoluto sulle tolleranze di lavorazione è sempre stata Aprilia.
Fu l’azienda lagunare…ad introdurre nuove “regole”.
Sui capitolati per telai, teste di sterzo e piastre forcella, la casa di Noale imponeva agli steli e ai tubi quote e alle quote generali tolleranze quasi paranoiche, accoppiate a parametri di rigidezza flessionale e torsionale così stringenti da far sudare freddo le rettifiche terziste.
Altro che l’approssimazione italica della favola: la vera ossessione maniacale per la ciclistica parlava veneto, mentre i giganti asiatici sfornavano telai in grande serie con tolleranze decisamente più generose per stare nei costi.
E parlando di delocalizzazione Honda ancora prima del 90 per competere sul costo del lavoro: Nelle fabbriche di assemblaggio asiatiche dell’epoca, i lavoratori rurali venivano inseriti in programmi di alloggio aziendali legati ai complessi industriali. La paga oraria, convertita in lire italiane, risultava incredibilmente misera. La rivista Motociclismo usò proprio la formula giornalistica del “lavorare per vitto, alloggio e poco più” per spiegare ai lettori italiani come facessero i giapponesi a vendere componenti o moto complete a prezzi così stracciati rispetto ai costi della manodopera sindacalizzata in Italia.

Honda aprì la produzione a basso costo in Asia e, in parte, in Italia ad Atessa utilizzando i cosiddetti kit CKD (Completely Knocked Down). Si trattava di scatole di montaggio contenenti la moto totalmente smontata..

Il mito dell’elettrodomestico indistruttibile (ma c’è la realtà)

A rendere ancora più grottesco il dogma della “moto giapponese” c’è un piccolo dettaglio che gli apostoli del bar tendono a rimuovere: la realtà.

Chi le moto le guida per davvero, macinando chilometri invece di lucidarle in garage la domenica mattina, sa bene che le giapponesi si rompono né più né meno delle controparti italiane o europee o cinesi o indiane oramai. Anzi, la storia del motociclismo è piena di capitoli gloriosi trasformati in calvari elettrici e meccanici:

  • Le Honda Africa Twin e i loro famigerati regolatori di tensione: dei veri e propri tizzoni d’inferno progettati per cuocersi al riparo da ogni flusso d’aria, capaci di piantarti in asso a 400 km da casa con la batteria fritta e zero preavviso.
    Esattamente come altre moto . Esattamente come la caponord.
    Stesso evento ma peso e la misura sono due galassie distanti milioni di anni luce.
  • Le Kawasaki KLR e i loro problemi cronici: tra catene di distribuzione con tensionatori ridicoli (il celebre “doo-hickey”), consumi d’olio da piroscafo a vapore e teste delicate, la leggenda del muletto indistruttibile sfuma rapidamente nel fumo azzurrognolo dello scarico. PROVATO.
  • Gli scarichi originali delle XL soffrivano maledettamente la condensa e gli sbalzi termici. Internamente marcivano dall’interno, e all’esterno presentavano fioriture di ruggine che passavano attraverso le protezioni. Per non parlare dei collettori che diventavano color ruggine a guardarli. Da anni la 200 l’ho passata al cognato e recuperata come ASI . Ma non prima di avere sostituito il serbatoio…
    Ora fa un effetto nostalgico incredibile, la ammiriamo tutti con la patina del tempo… ma chi le ha vissute e guidate sa che “l’affidabilità totale” era spesso un miraggio anche lì. E olio motore ne andava via. Ecccome.
    Per non parlare di prestazioni, vibrazioni e freni. Gli allora contemporanei 125 italiani era avanti mille anni luce.

Insomma, la tanto millantata “affidabilità assoluta” e perfezione è anche frutto di una narrazione di comodo. Come una posa teatrale. Un modo per recitare la parte del lupo di mare (o di passo) quando, nella realtà dei fatti può essere diversa.
Chi sceglie la moto giapponese convinto di aver comprato una polizza a vita contro i guasti non sta facendo una scelta tecnica d’avanguardia: sta solo cedendo a un’illusione collettiva. E quando la moto lo lascia a piedi sul tornante o la ciclistica non lo asseconda la delusione è persino doppia, perché unisce al problema la beffa di un dogma infranto.

Gli ultimi due motociclisti che ho “soccorso” per strada avevano una giapponese ,scendendo dallo Stelvio e una tedesca nel pressi di Affi.

Non c’è niente che batta la scena muta di chi, bloccato a bordo strada con la moto giapponese “infallibile” o la germanica “monolitica”, preferirebbe ingoiare il libretto di circolazione piuttosto che ammettere l’evidenza.
Quello sullo stelvio ,mancava giusto poco che si buttasse giù dal tornante.. all’offerta di aiuto. Non è un disonore o una colpa.

Sono lì, con le mani sui fianchi, a guardare il motore fumante o la spia accesa, mentre dentro di loro si consuma il dramma esistenziale: il crollo verticale di anni di certezze recitate ad alta voce al bancone del bar.

Il vero dramma del dogmatico da bar non è il guasto meccanico in sé, ma la ferita narcisistica. Perché ammettere che il ferro si rompe ovunque significa dover buttare alle ortiche la posa del “grande esperto che sa come gira il mondo”.
Ti svelo una cosa: vali tanto quanto prima.

3. “Auto tedesca”: Il complesso del “Vorrei mostrare che ce l’ho fatta”

Il finale del trittico è il capolavoro della conformità sociale: l’auto tedesca.

Qui non si parla di meccanica, ma di uno status symbol di plastica morbida al tatto e led ambientali configurabili. Di solidità. Addirittura di “mentalità!”
Ad alcuni l’auto tedesca serve a comunicare al vicino di pianerottolo e al semaforo che sì, il leasing è stato approvato. È la risposta automobilistica alla mancanza di idee: grande, solida, grigia, squadrata, impeccabile nell’infotainment, perfetta per dire al mondo “guardate come sono solido e vincente”. Arrivato.


Il colpo di grazia definitivo arriva proprio da lì, dal tempio intoccabile della meccanica teutonica.

Mettere insieme una BMW 518 del 1983 che brucia la guarnizione della testa a soli 84.000 chilometri e una gloriosa 520 sei cilindri arrivata sì a 280.000 km (tanto di cappello, nulla da dire), ma con il basamento o la testa sistematicamente crepati per un difetto di fusione noto e stra-documentato, è la pietra tombale su ogni pretesa di infallibilità teutonica. E aggiungiamo una assistenza “ufficiale” che Sbirulino come capo officina sarebbe stato un professionista. (cambio radiatore inutile 1.200 euro)

Una tenuta di strada sul viscido da terrore puro: guidare una 520 Touring su un asfalto freddo e bagnato era un momento di pura “adrenalina” . Con quel retrotreno leggero e la trazione posteriore, il rischio non è guidare su un binario, ma trovarsi a fare due bei testacoda completi alla prima curva umida dell’inverno. La moglie si ricorda benissimo.
La discesa in retromarcia “forzata” località campara a Cavaion…

La verità è che l’auto “tedesca” perfetta, indistruttibile e baciata dagli dei della siderurgia è un altro mito da bar, alimentato da chi scambia l’efficacia del reparto marketing con la fisica dei materiali e non.


E fa lo stesso se l’audi A6 nel 2014 a Matteo amico imprenditore a Torri del Garda devono aprire il motore e la spesa è di 2000 e tanti euro euro per consumo “anomalo” di paraoli considerata NORMALE manutenzione. Basta averne di euro. Tanti. E quindi poi si sbologna. A chi si può permettere queste spesucce.


Possiamo elencare pregi meravigliosi, comfort inarrivabile, robustezza, sicurezza, tecnologia, prestigio, linea, strumentazioni, innovazione, accettazione… Ma affidabilità e costi di manutenzione direi anche no.

L’apoteosi finale. La ciliegina sulla torta di questa tragicommedia dei luoghi comuni automobilistici e esistenziali.

Perché la fiera delle illusioni non poteva che concludersi con il SUV di massa definitivo, la macchina del “vorrei ma non posso” che ha invaso ogni rotonda d’Europa: la MIA attuale Nissan Qashqai.

La tassa sulla modernità: l’epopea della Qashqai

E se qualcuno avesse ancora dei dubbi e volesse rifugiarsi nei lidi rassicuranti (e moderni) dei crossover di successo, l’odissea recentissima della Nissan Qashqai.

Auto onnipresente, portata in officina per una banale “avaria”, e sborso religiosamente 650 euro sull’unghia — una cifra per me mica trascurabile — ritiro l’auto convinto che l’incubo sia finito e… ta-dan! Dopo otto giorni esatti, la spia è lì che ti fissa di nuovo, beffarda e accesa sul cruscotto, esattamente come prima.

Dov’è finita la tanto sbandierata ingegneria giapponese-francese (visto l’asse Renault-Nissan)? Svanita nel nulla, evaporata insieme ai miei 650 euro. Ma almeno non sobbalza come prima.

Il verdetto: Un catalogo delle illusioni

Mettendo insieme i pezzi, ecco il ritratto di chi ancora ripete questa frase: un individuo illuso, ossessionato dall’approvazione altrui e convinto che la vita si possa assemblare come un menu fisso al ristorante o come un pc gaming.

Le persone non sono mezzi, la passione sulle due ruote e la qualità non si compra con uno stemma sul cofano o sulla carena.. Sarebbe tempo di mandare in rottamazione questo detto : non fa ridere, non è originale ed è stantio.

Rilassati e non fare tue frasi da “lupo di mare”..
Puoi fare il giro del mondo in tutta sicurezza con una moto qualsiasi usata e di qualsiasi marca, dal valore di 1000/ 2.000 euro mentre il tuo vicino di casa resta a piedi con una moto all’ultimo grido da 30.000 a 10 km da casa, sua moglie italiana lo tradisce a bordo di un’auto tedesca che costa come un gioiello e deve accostare e chiamare il soccorso perchè si rompe uguale alle altre.


Se il vostro “catorcio” vi piace, godetevelo. Qualunque sia.

Buona strada.